Benvenuto nella sezione dedicata ai viaggi. In fondo la passione per la fotografia è nata così... viaggiando.

Data del viaggio: 15 Luglio / 6 Agosto 2009
Distanza percorsa in auto: 8000 km
Pubblicazioni e riconoscimenti del diario/reportage:
Corriere della Sera - sezione viaggi












Malpensa-New York-Los Angeles…vacanza stiamo arrivando!
Dopo una dozzina di ore di volo ci tocca rispondere al terzo grado del funzionario della Hertz che cerca di rifilarci una macchina di categoria superiore, ma noi siamo più testardi di lui: Italia 1 - USA 0. Usciamo vittoriosi con le chiavi della nostra (per 21 giorni) Pontiac G6.
Finalmente in motel,un Motel 6 in piena Hollywood. Los Angeles merita una giornata: il suo distretto civico, i colori dei quartieri orientali, e la follia di Hollywood. La scritta in lontananza. Los Angeles: metà acciaio e metà lustrini. La lasciamo senza troppi rimpianti… ci aspetta Las Vegas.
Attraversiamo deserti di pietra e paesaggi così ampi da far sembrare più grande anche il cielo. Il caldo aumenta e sfiora i 45 gradi ma per fortuna c’è la piscina. Cosa c’è di meglio che un bagno prima di buttarci tra le luci notturne della città? E’ una giostra in mezzo al deserto, si alternano un ponte dei sospiri e una Tour Eifell, un legionario e una chilometrica limousine. Nulla sembra reale, poi troviamo un delizioso ristorantino messicano a conduzione familiare e torniamo con i piedi per terra. Facciamo amicizia con la proprietaria… sì senora, mi dice, Las Vegas està loca!
Ci svegliamo al mattino presto, il sole già alto e caldo, pronti per una giornata di shopping! Las Vegas ci regala, complici le leggi del Nevada, uno dei migliori outlet degli States. 6 ore e molte strisciate di carta di credito dopo si riparte.
Destinazione: Death Valley.
Una strada incredibilmente dritta e rovente ci accompagna fino a Beatty. Ecco la provincia americana: baracche, roulotte, qualche motel, e l'alimentari del distributore di benzina e i volantini dei ricercati dalla polizia.
Sono le 22 di sera e ci sono 40 gradi e Beatty ci fa un regalo: un vero saloon. Carne alla brace e birra seduti accanto allo sceriffo completo di cappello e cinturone! Al soffitto centinaia di biglietti da un dollaro, al centro della stanza un biliardo.
Death Velley:
“La Valle della Morte non è realmente così differente da gran parte del resto delle zone desertiche. È un po' più profonda, un po' più calda e un po' più secca. Quello che la fa sembrare diversa non è nient'altro che la nostra immaginazione. Perciò è una terra di illusione, un posto nella mente, un miraggio tremolante di ricchezze, di mistero e di morte” - Richard Lingenfelter
Oggi siamo fortunati: l’entrata è libera! Controlliamo di avere le scorte d’acqua per noi e per il radiatore. Ci “incamminiamo”. E’ sorprendente. Lascia senza parole e non solo per il caldo. Il termometro segna 54 gradi ma questo fa parte dello spettacolo. Bad Water: l’acqua sgorga dal terreno incredibilmente fresca 86 metri sotto il livello del mare, ma il caldo non le da scampo, evapora così in fretta da ribollire e lascia dietro di sè solo un deserto di sale. Ci avventuriamo tra le zolle salate e scricchiolanti del Campo da Golf del Diavolo, proseguiamo verso il cratere vulcanico dove il vento rovente e fortissimo si innamora del cappellino di Gian e decide di rapirlo. Camminiamo sulle dune al centro della valle: il deserto si sta facendo strada sotto i nostri occhi!
Ci godiamo il tramonto, torniamo al saloon.
Si riparte, questa volta giochiamo un asso: il Grand Canyon! Percorriamo 680 km e l’emozione diventa sempre più forte. Lo storico Bright Angel Lodge ci accoglie sulla sponda Sud del Canyon. Il tramonto in questa immensa erosione della roccia rossa è imperdibile: caro Colorado, l’hai combinata davvero grossa!
Il Canyon è così immenso che non entra tutto negli occhi, un po’ in navetta, un po’ a piedi lo costeggiamo. I cervi ci guardano curiosi, gli scoiattoli guardano curiosi la nostra colazione!
Sta arrivando una tempesta e noi ne approfittiamo per riposare, infondo domani si riparte e la strada è lunga fino alla Monument Valley!
Mexican Hat Lodge a Mexican Hat (city) il nome preso in prestito da un sasso che ha in testa un altro sasso, proprio come un cappello da messicano! La cittadina non offre molto: il lodge, la lavanderia e il ristorante: ottime bistecche cucinate su un originale BBQ che dondola sul fuoco, il curioso e barbuto tipico americano del west cucina la nostra steak mentre un complesso country casalingo ci tiene abilmente compagnia.
La mattina seguente facciamo il pieno di benzina e dopo circa 60 km arriviamo all’ingresso della Monument Valley. Il paesaggio diventa miglio dopo miglio sempre più affascinante. I colori ci lasciano senza parole. Un cartello sulla Forrest Gump Hill ci ricorda che qui Forrest Gump terminò la sua corsa! Poi qualche piccolo acquisto indiano lungo la strada e finalmente l’ingresso al Navajo Tribal Park. Siamo stati catapultati nel Far West, ci sembra quasi di sentire le note di Morricone in lontananza, dobbiamo assolutamente fare un giro a cavallo! Si parte, solo noi due e con la guida indiana, per un’ora attraverso queste incredibili formazioni rocciose. Non ci basta, cavalchiamo la nostra Pontiac lungo la scenografic route: 14 miglia sterrate che si srotolano nella valle. Tutta la potenza della natura, dei colori e l’uomo… così piccolo. Torniamo a Mexican Hat con occhi e macchine fotografiche pieni di meraviglia. Ci siamo guadagnati un’altra bistecca che balla!
Ripartiamo per Moab nella Utah notiamo la piscina con tanto di idromassaggio nel nostro Motel 6 ma ce la teniamo per dopo. Adesso Arches National Park con i suoi fragili archi di arenaria e le sue pietre in bilico, camminiamo anche un po’ così abbiamo la scusa per concederci una lauta cena nella birreria di Mohab!
Bagagli nuovamente pronti e in macchina verso il Bryce Canyon. Dopo tanto deserto il parco immerso nel verde ci sembra un paradiso. Lo è! Un anfiteatro trafitto da guglie di pietra rossa, alberi altissimi e piccole dune rosse. La mattina seguente scendiamo a cavallo nel canyon. E’ un’esperienza meravigliosa e ci da il colpo di grazia: è fatta siamo innamorati del Bryce come lo siamo stati della Monument Valley!
Peccato ripartire ma la prossima destinazione è già nei nostri cuori quindi saltiamo in macchina: Yellowstone stiamo tornando!
La città di Salt Lake City è una comoda tappa, nulla di più.
L’indomani si riparte: 564 lunghissimi chilometri.
Entriamo a Yellowstone via Grand Teton e ci fermiamo, ormai sera, sulle sponde dello Yellowstone Lake. Il primo degli spettacoli è proprio lì fuori, fuori dalla nostra “cabina del pioniere”. Lo Yellowstone Lake diventa prima azzurro, poi blu. Sono i colori del cielo e il rosso intenso dietro le nuvole è l’ultima battuta del pentagramma. Finalmente fresco, acqua, verde. Buonanotte, meraviglia. Domani si riaprirà il sipario. Adesso è ora di stare vicini, nella piccola cabina del pioniere. Buonanotte.
Il sole è mattiniero ed è nebbia su Yellowstone. Ci riserva emozioni nuove, un bufalo e la sua sagoma. Il verde appannato di una piccola isola sul fiume. E’ ora di un doppio caffè: vaniglia o normale? Poi in macchina, il parco è immenso e vogliamo vederlo, rivederlo tutto. Quelle a Yellowstone sono giornate immerse nell’immaginario e nell’incredibile. Difficile credere che sia tutto vero. Sei, rubando una citazione, “seduto su una cassa di dinamite, fratello” (cfr. Novecento di A. Baricco). Quello che hai sotto è un grande vulcano e quello che puoi vedere oggi sono le vestigia dell’ultima grande esplosione. La terra fuma, romba, ci restituisce acqua. Fango e zolfo. Colori. E ti chiedi quando esploderà questa pentola a pressione? Visitiamo “vecchio fedele”. L’Old Faithful il geyser più famoso per l’altezza del suo getto e la puntualità (circa ogni 80 minuti) con la quale ci concede il suo show. Sembra però che dopo qualche terremoto il suo orologio sia un po’ scarico e forse è un po’ stanco… il vecchio fedele. Ma non ditelo agli americani, sono molto sensibili su queste cose!
Oggi, ultimo giorno, vogliamo trovare Yoghi e Bubu. Girovaghiamo nei “luoghi da orsi” sperando di vedere due orecchie tonde spuntare dal bosco. Incredibile, il primo cucciolo d’orso ci saltella accanto al finestrino, tra i fiori viola. E’ un orso nero. Siamo felici, ma le foto ci sono venute mosse. Maledetto automatismo della reflex. Torniamo in manuale e continuiamo “la caccia”. Coda di camper, macchine, persone in mezzo alla strada: “qui c’è l’orso” ci diciamo. Già, perché capita così: quando vedete macchine ferme lungo la strada fermatevi e tenete pronta la macchina fotografica! In un attimo tutti amici: “cos’è successo, cosa c’è?”. “Un orso, è un Grizzly”. Un Grizzly?? Grosso e forse un po’ goffo (non sa salire sugli alberi!). Lo chiamiamo “Nonno” perché, pur senza nozione specifica in materia, decidiamo che ha una certa età. E’ vicino ma ci avviciniamo di più. Nonno dopo un po’ si allontana l’aggressivo e goffo Grizzly oggi è vegetariano, Nonno va via, in bocca un ramo d’erba. Bucolico, il Nonno.
Ma oggi è una giornata da non dimenticare. E’ un Grizzly, un altro! Passeggia, tranquillo, in un campo di fiori gialli. Scava nel terreno alla ricerca di cibo. Stiamo fermi lì a fotografare per poi ripartire verso la nostra cabina del pioniere. Un’altra notte fredda e non solo per il gelo della montagna. Ci scaldiamo riguardando qualche foto. Il mattino arriva presto con la sua lacrima di nostalgia, di un emozionante arrivederci. Caffè, vaniglia o normale? Poi in macchina. Ciao parco delle mille meraviglie, resisti...la seconda volta a Yellowstone è solo quella prima della terza!
Un paio di tappe intermedie, la prima nell’eccentrica cittadina di Wendover, supito dopo la bianca distesa salata del Salt Lake Desert. Arriviamo, dopo circa 750 km, con una sosta pranzo a Winnemucca (una vera piccola città del West “civilizzato”!). Il Days Inn di Wendover è una bella sorpresa. La sera ci spostiamo da Wendover a Wendover West che essendo in Nevada è ricca di casinò. Abbiamo un badget di 12 dollari fortunati. Ne vinciamo 5! Ottimo lavoro!
Reno, 640 km. Casinò ristoranti e night in una Las vegas in piccolo un po’ più vera e un po’ più triste. Ma una eccezionale steak house e una vincita di 3 dollari al Siena ci mettono di buon umore!
E’ ora di ripartire per San Francisco, ultima tappa. Poco più di 300 km. Ci fermiamo un paio di ore a Sacramento per vedere l’old town e comprare qualcosa di kitch. Poi in coda per attraversare il Bay Bridge. Ci siamo concessi un “lusso” per le ultime 3 notti: Hotel Parc 55 su Cyril Magnin street, 36esimo piano in pieno centro!
San Francisco conserva sempre il suo fascino di città multietnica, culturale, socialmente aperta. Percorriamo a piedi salite e discese suggerite dell’itinerario della Loonely Planet. Concludiamo il giro al Pier 39, sulla banchina colonizzata dai leoni marini in libertà. Litigano, per un posto di riguardo sulla banchina. Poi, stesi al sole, buffi, si addormentano. Di fronte la San Francisco Bay e vicina, abbandonata nell’oceano, la ex prigione federale di Alcatraz. Una passeggiata a piedi nel quartiere Castro. Qui riecheggia l’atmosfera di storia dei diritti civili, dell’uguaglianza, della tolleranza. Politica e società hanno trovato qui un punto in comune. Bandiere colorate, simbolo dell’omosessualità, sventolano ad ogni lampione. Mano nella mano, passeggiamo.
E’ ora di tornare a casa. Posiamo la Pontiac G6, ormai impolverata e circa 7000 più vecchia.
Arrivederci America. Il vecchio West ripercorso da una colonna sonora che cercheremo appena torneremo a casa. A presto, vecchio ma saltellante country: George Strait e Billy Currington siete stati ottimi compagni di viaggio. Signora Libertà, dalle tante contraddizioni, torneremo perché sei ancora grande e saprai ancora stupirci. Sulla strada, on the road, perché è così che devi essere dolcemente spogliata.
Buon viaggio."














Data del viaggio: Ottobre 2008
Pubblicazioni e riconoscimenti del diario/reportage:
Corriere della Sera - sezione viaggi



hei hei, siamo qui... ci siamo allontanati ma siamo tornati. Torniamo qui anche per noi, per raccontarvi una storia.. di un viaggio, di persone e sentimenti. Di luoghi sublimi ed eclettici compagni di viaggio. Famiglie, bambini, naviganti e marinai. Capitano, issa la vela. Voliamo.
Tuc tuc...
Abbiamo attraversato meridiani volando su lunghi paralleli. Dal grande sogno americano al piccolo sud dagli occhi a mandorla. Come sempre, scrutiamo sguardi attoniti e imbruniti da un cappello di rami intrecciati. E' l'Asia, amici di viaggio. E' l'incubo del sogno Americano, è il Vietnam. Sono i rossi colori della Cambogia. Che ci faccio qui? E qui soffia, importante come l'aria, il primo grazie: grazie mia stella, mi hai guidato fin qui. Perplesso, stanco.. ti ho seguita nel buio, in un viaggio al buio. "Coraggio Gian, è il tuo momento. Vedrai, non esiste solo l'AMERICA." Grazie.
Tuc tuc...
sono... felice! Felice, forse anche un po' per essere tornato. Felice perchè sono un po' più saggio di prima. Felice perchè tra le mie arterie si insinua ancora l'aria del Mekong.
Villaggi gallegianti, l'armonica è una foglia di banano. Di nero c'è solo il cielo ma in dieci minuti torna il sorriso. Sole, adesso scaldami. Ma qui va così.
Tuc tuc...
Ho visto serpenti affogati nel vino: "bevi Gian, diventerai forte". Ho visto bambini affogati in lacrime e sorrisi.. "e ogni giorno un altro giorno da contare" (sta girando un disco di Fabrizio).
Tuc tuc...
Però ho visto donne forti, uomini decisi, natura forte e selvaggia. La presenza del tempo che è passato ma senza invecchiare. E' tutto come un accordo di settimana al termine di un giro blues: tutto ti proietta in avanti. La voglia di esplorare, fanculo alla pioggia. La voglia di capire, fanculo ai libri. La voglia di chiedere scusa, fanculo alla guerra.
Tuc tuc...
Templi e pagode si alternano come le vette di un'infinita catena montuosa. La giungla affamata che inesorabile cerca di deglutire il passato.. ancora forte, ancora ancorato lì. Traballante, barcollante.. si piega ma non si spezza.
Il grande sogno Americano adesso, qui, è lontano. L'America è lontana ma è stata troppo vicina. Hanno lasciato qui caramelle ricordo per bambini, esche appetibili per donne e uomini, aria sporca. Tutto esplode, tutto fa male... basta un leggero tocco, per tanti è bastato un respiro.
Ma il piccolo gigante asiatico cerca di tirarsi su. Comandante, voliamo ancora.
Tuc tuc....
Esploro distese infinite, suoni ed odori. l'Oceano è diverso. La natura qui è regina ed io, umilmente.... mi inchino. Madame.
Compagni di viaggio, a voi dedico questo pensiero. Un ricordo errante in questo angolo remoto di Mondo che non si può non visitare. Non ci si può non pensare, non si può dimenticare.
Tuc tuc...
Hei, le vedo quelle espressioni perplesse. Cos'è quello, un sorriso? Ehehehehe, te lo auguro... amico. Sorridi.
Cos’è un Tuc tuc? E‘ un carretto, saldato in modo poco solido ad una traballante motocicletta. Sarà il tuo compagno di viaggio, originale e inaspettato.
Ti chiederanno, Tuc tuc?
Facci salire, portaci in giro. Davanti il tuo sorriso, dietro un angolo di mondo appena esplorato. Tutto intorno, è magia.
Tuc tuc? Partiamo. "


Data del viaggio: 1/21 Marzo 2008
Reportage a cura di: Gigliola Gozzolino e Rinaldo Rosso
Presto on-line anche le foto del reportage!
" Atterrati a Chennai. Il giorno dopo iniziamo il nostro itinerario che disegna un triangolo dalle linee irregolari sulla cartina, toccando tra le altre località, Pondicherry, Madurai, Kochi, Mysore, Bangalore, da cui decolleremo per Mumbai, ultima visita prima di rientrare.
E’ Alagù il nostro autista, spericolato ma affidabile. Sconsigliabile infatti guidare a chi non sa muoversi nella follia del traffico indiano.
Descrivere le città, i villaggi, con le loro caratteristiche di modernità o arcaicità si potrebbe, ma forse significherebbe poco. L’India è un mondo, un mondo che, si sa, vive di contrasti. Meglio evocare sensazioni e immagini che quel mondo trasmette. Va pur detto che il Sud ci ha suscitato emozioni meno violente rispetto al Nord da noi visitato anni fa. Del resto al Sud si considerano più “moderni”.
Dunque.
I colori sfolgoranti dei sari indossati con eleganza da donne che camminano erette per le strade spesso polverose. I colori inverosimili dei pigmenti esposti a cono nei mercati. I colori intensi e delicati dei fiori che vengono intrecciati a ghirlanda come dono votivo per le divinità.
Il profumo dolce dei fiori e l’odore acre dei mucchi di immondizia e degli orinatoi lungo le strade.
La povertà nei villaggi agricoli, la miseria nei quartieri di lamiera delle grandi città, che si legge anche nella magrezza di tante persone. L’opulenza di certi palazzi signorili che si legge anche nella pinguedine sfoggiata da alcune persone.
Un padre seduto sul ciglio della strada che imbocca un bimbo. Sfarzosi matrimoni privati annunciati per chilometri lungo le strade con manifesti giganteschi che sembrano enormi locandine di film.
Due cammelli bardati che caracollano sulla superstrada trafficata di Bangalore, città dell’informatica.
E ovunque grandi statue coloratissime di divinità a protezione dei villaggi, santuari, templi preceduti da alti portali in pietra, i gopuram, scolpiti con miriadi di divinità dai mille colori.
Cerimonie nei templi, dove i fedeli pregano, si accucciano per terra, mangiano; processioni per le strade; immersioni nei fiumi per purificarsi e lavarsi, anche i denti. Ancora colori e profumi.
I riti religiosi sembrano scandire la giornata e la vita di ciascun fedele.
Non è facile assorbire tutte queste immagini che appartengono a un mondo “altro”, fatto di caste e tecnologia. "